L’attivismo gentile di Elena Cremonesi

Il coraggio della medicina di frontiera, in un mondo in cui troppi corpi migranti vengono ignorati


Ventinove anni, uno sguardo deciso, occhi azzurri e profondi e la voce di chi ha già visto molto.

Elena Cremonesi non è solo una giovane dottoressa specializzanda in Medicina Interna all’Ospedale Maggiore di Parma.

È una donna lucida e appassionata, che trasforma la propria professione in una scelta etica, radicale e profondamente umana, che unisce scienza e coscienza, pragmatismo e utopia.

Con determinazione femminile ha scelto di stare dove pochi hanno il coraggio di restare: ai margini, sulle frontiere, tra le pieghe invisibili della società. E nel suo piccolo cerca di cambiare il mondo.

Originaria dell’hinterland milanese, ma parmigiana d’adozione, Elena ha deciso di portare la sua vocazione oltre le corsie ospedaliere, dalle coste siciliane alla frontiera italo-francese, dall’Ucraina fino al Mediterraneo centrale.

Ha prestato la sua competenza medica laddove curare non è solo un atto clinico, ma anche una dichiarazione politica. Nella sua ultima missione si è imbarcata come volontaria sulla nave di Mediterranea Saving Humans, una delle associazioni attive nel soccorso in mare. Un’esperienza che non ha solo messo alla prova le sue competenze cliniche, ma che ha scavato a fondo nel significato stesso di “prendersi cura”, in un mondo in cui troppi corpi migranti vengono ignorati, invisibili, cancellati.

Il suo impegno però non si ferma alle onde del Mediterraneo. Da anni, Elena è anche volontaria, prima per lo Spazio Salute Immigrati di Parma e ora presso il Centro Salute Famiglia Straniera di Reggio Emilia. In questi luoghi spesso silenziosi e marginalizzati, si fa medicina di frontiera, quella delle fragilità estreme, che incontra chi viene dimenticato e che non può permettersi l’indifferenza.

Elena, quando è nata in te l’idea che la medicina non fosse solo una carriera, ma una forma di attivismo umano?

“Tutto è cominciato a Pozzallo, che è un porto di arrivo come Lampedusa, poco dopo la laurea, con un primo incarico sul campo di due mesi. Ero lì e supportavo colleghi più esperti. È stato fondamentale perché ho imparato tantissimo sulla medicina delle migrazioni. Tornata a casa, ho iniziato la specializzazione con uno sguardo diverso.”

Chi è Elena Cremonesi?
“Sono una persona semplice. Cresciuta in un paesino della campagna milanese, in un contesto che non parlava di questi temi. Fino ai 20 anni questo mondo mi sembrava lontanissimo, poi, a Parma, è cambiato tutto. Sono arrivata all’università senza preconcetti.”

Hai un modello di riferimento o una figura affettiva che ti ha ispirata?
“Sì, mia nonna, che era infermiera. Lei voleva fare il medico, ma ai suoi tempi non poteva, mi raccontava il suo lavoro, mi mostrava i suoi quaderni di anatomia. Un’anatomia di allora, che vederla ora sembrerebbe buffa, un po’ scolorita… ma piena d’amore. È lei che ha piantato il seme in me, e a lei ho dedicato la mia tesi di laurea.”

Cresciuta nell’hinterland milanese, perché hai scelto Parma? 

“Non è stata una decisione passiva. Quando ho finito la facoltà di medicina, avrei potuto tornare a Milano, magari a casa dei miei, oppure cercare un’altra sistemazione, ma mi sono trovata molto bene nella sanità emiliana. Ho vissuto da paziente e da medico la sanità lombarda e quella emiliana e posso dire senza dubbio: non c’è paragone. La Lombardia viene spesso dipinta come il top di gamma, ma non lo è affatto. Quindi sono rimasta qui. Non è stato facile, soprattutto all’inizio: mi mancavano casa, le mie routine e le mie amiche. Ma ora che conosco Parma la sento mia, e sono intenzionata a restare.”

Cosa significa per te “curare” in un contesto migratorio, dove la vulnerabilità non è solo fisica ma anche giuridica, psicologica e identitaria? 

“La medicina occidentale non forma abbastanza su questi temi. Il nostro approccio medico è ancora troppo centrato su un modello bianco, eurocentrico. È un peccato, perché ormai gran parte dei pazienti che incontriamo sono persone con storie migratorie. Se non conosci il loro retroterra culturale, biologico, spirituale… come puoi davvero curarli? È una perdita clinica, etica e umana. Una donna del Marocco ha un’altra genetica, un’altra epigenetica rispetto a una donna di Parma. E magari ha un’idea diversa della malattia, magari ci sono entità spirituali da considerare nel suo processo di guarigione. Non dobbiamo giudicare, ma integrare. Capire e rispettare.

Non puoi spiegare la posologia di un farmaco a chi non conosce i numeri arabi. Non è un suo errore, ma è il tuo, se non trovi un linguaggio accessibile. Non puoi parlare di prevenzione a chi non ha mai avuto accesso alla sanità. Prima bisogna costruire una relazione, poi puoi parlare di screening, di vaccini.

L’esperienza insegna, nel modo più diretto: incontrando i corpi, le storie, le ferite, si impara sul campo. Nessun libro ti spiega perché una persona non si fida della tua terapia, ma poi capisci. E impari a metterti in discussione.”

Tra tutti i casi che hai visto durante le tue missioni, c’è un’immagine che ti ha colpita più di altre, un volto, una storia, un incontro che non ti lascerà mai più?

“Sì, ce n’è una che torna sempre. Ne avrei tantissime, specie dal mare, ma in Ucraina ho vissuto un episodio che poi ho elaborato in psicoterapia, perché è stato davvero pesante.
Eravamo in una piazza, in pieno inverno. Dovevamo raggiungere una chiesa, una di quelle adibite a rifugio per sfollati, il sagrato era coperto di ghiaccio, scivolavamo per arrivare all’ingresso. C’era un ragazzo sulla soglia di circa vent’anni, o forse meno, vestito da militare, ma non aveva senso fosse lì in uniforme, non era in servizio, non in quel contesto.
Era appena suonato l’allarme, noi dovevamo scendere nelle cripte. Lui no. Rimaneva lì, immobile, e non ci tendeva nemmeno una mano per aiutarci.
L’ho guardato e ho capito che non reagiva a nulla, né al pericolo, né alla nostra presenza.

L’interprete ci ha spiegato che era un ragazzo in stato di shock post-traumatico acuto. Un “dead man walking”, nessuno stimolo lo raggiungeva più.
Ecco, quella è l’immagine che mi porto dentro. Quando mi chiedono di raccontare una scena significativa, penso a lui, un ragazzo vivo solo biologicamente. Questo è ciò che fa la guerra.”

Come ricordi il tuo primo salvataggio? Cosa hai provato quando hai incrociato lo sguardo della prima persona che hai aiutato?

“Ero neolaureata e mi trovavo a Pozzallo. Il mio primo paziente è stato un ragazzo del Mali, salvato da una ONG al largo della Tunisia. Quando è arrivato era traumatizzato. Cercavamo di togliergli il giubbotto di salvataggio, i vestiti bagnati, ma lui si rifiutava. Era attaccato a quel giubbotto come all’unica cosa che lo aveva tenuto in vita. Per ore non ha voluto separarsene, poi, piano piano, siamo riusciti a convincerlo. L’abbiamo idratato, gli abbiamo dato degli abiti asciutti e delle scarpe. Ha capito che eravamo lì per aiutarlo, non per rimandarlo in mare.
Alla fine si è lasciato curare. Ma quello sguardo… quello attaccamento disperato a un oggetto, non lo dimentico.”

Hai mai vissuto un momento di sconforto o di frustrazione in cui hai pensato: “qui il problema è troppo grande rispetto ai mezzi che abbiamo”?

“Sì, spesso. È una sensazione ricorrente. Una delle volte più difficili è stata durante la mia missione con Mediterranea. Eravamo in mare da due giorni, molto a largo. Nessuna segnalazione in arrivo, ma sapevamo che le partenze erano numerose. A un certo punto vediamo, dal radar, un aereo di Frontex che sorvolava un punto preciso tracciando cerchi, chiaramente monitorava qualcosa.
Ci siamo avvicinati, senza ricevere alcuna segnalazione ufficiale e solo quando eravamo ormai visibili, è arrivato il Mayday Relay. A quel punto troviamo una barca in vetroresina, alla deriva, con 50 persone a bordo: donne, bambini, persone disidratate.
Avevamo già salvato 28 persone poche ore prima e la nostra barca a vela non bastava. Abbiamo attivato le comunicazioni con le guardie costiere tunisina, maltese e italiana. Nessuna risposta.
Intanto il mare si stava alzando. Eravamo in panico. Poi, all’improvviso, arriva una motovedetta della Guardia Costiera Italiana e prende tutti a bordo in dieci minuti. Non c’è stata nessuna comunicazione con noi, nessun coordinamento, nessun “grazie”. È stato uno dei momenti più frustranti perché ti senti invisibile. Ma nonostante tutto, alla fine, quelle persone si sono salvate.”

Come vedi, in base alla tua esperienza, il racconto dei media o della politica sulle migrazioni nel Mediterraneo?

“La lente mediatica è tarata male. La narrativa dominante tende ancora a insinuare che le persone migranti potrebbero “farcela da sole”, che le ONG agiscono in modo ambiguo, che facilitano l’immigrazione clandestina, ma questa è una distorsione della realtà.

In tanti fanno tutta l’Italia a piedi e quando arrivano alla frontiera, a Oulx, hanno piaghe, ferite, bronchiti, e poi c’è la montagna da attraversare, le Alpi, per tentare di entrare in Francia.

Camminano ancora, scalzi o con scarponi rotti e, sia da parte della Francia che dall’Italia, c’è proprio un respingimento, non solo nei confronti dei migranti ma anche di chi aiuta nel senso medico e psicologico. Noi possiamo solo dare ristoro per una o due notti, una visita, un cambio d’abiti. E poi li lasciamo andare.

La mia esperienza concreta, ad esempio, è iniziata con il nostro primo intervento in mare, in cui abbiamo tratto in salvo 28 persone, ma erano partiti in 29. Un ragazzo dell’Africa subsahariana non ce l’ha fatta.
Aveva 18 anni. Io a 18 anni facevo la maturità. Lui, invece, galleggiava morto nel Mediterraneo con addosso un giubbotto di fortuna.
Davanti a questo, non dovrebbe esistere nessun dibattito politico, nessuna speculazione.
Chi dice “basterebbe non partire”, oppure “aiutiamoli a casa loro”, non ha idea. Se esistesse una soluzione alternativa, un diciottenne non rischierebbe così.
E poi la classica domanda: “Perché non prendono l’aereo?” La risposta è che molti non hanno alcun accesso nemmeno all’identità legale, figurarsi un passaporto o un visto.

 

La presa in carico dei migranti dal punto di vista sanitario come dovrebbe essere secondo te? 

“Quando vedi certe cose non puoi più far finta di niente. Ti entra nella pelle, ti resta, ti cambia per sempre. Vedi il grado di disidratazione, la stanchezza psico-fisica, le patologie gravi che si sono portati addosso dopo 48 ore alla deriva in mare aperto. Il Mediterraneo non è l’Oceano, ma un mare insidioso, soprattutto se affrontato con barche inadatte alla minima sicurezza.

Ma il mare è solo l’ultima delle tragedie. Prima c’è il deserto, ci sono mesi di detenzione e violenze in Libia, c’è la fame, la malattia, la fuga da guerre, persecuzioni, religioni minoritarie, carestie. È un viaggio infinito.

Quando abbiamo salvato quei 28 ragazzi, 16 dei quali erano minori, uno di loro ci ha detto: “se cadiamo in mare, in tre minuti siamo morti”. C’era già l’accettazione della morte, ma nessun ragazzo dovrebbe pensare così a 16 anni.

Il corpo del migrante dovrebbe essere trattato con rispetto, con competenza, con un’assistenza che tenga conto non solo della sintomatologia fisica, ma soprattutto dei profondi traumi psicologici. Il 90% di loro porta dentro di sé disturbi post-traumatici gravi, e quando questi non vengono ascoltati o trattati, esplodono. È inevitabile, per questo ha un impatto diretto sull’integrazione.

Se queste persone non vengono accolte e supportate adeguatamente, se anche noi, come volontari, non riceviamo un sostegno istituzionale, si crea un meccanismo devastante. Si alimenta in loro un senso di inferiorità, la percezione di appartenere a una categoria umana di “serie B”. Ti ritrovi in un Paese dove ti avevano detto che avresti potuto costruire una nuova vita, trovare lavoro, avere una famiglia, e invece non puoi nemmeno accedere al sistema sanitario. Vai a fare la spesa e vieni guardato con sospetto, come “quello che ci ruba il lavoro”. Questo lascia cicatrici indelebili.

E finché continueremo a lasciarli morire in mare, a considerarli come ospiti sgraditi o tollerati, non potremo mai costruire un Paese realmente multiculturale, in cui tutti abbiano pari diritti e pari opportunità. È una ruota che si autoalimenta, ma si può spezzare. Serve volontà politica, cultura del rispetto e azione concreta.”

Quando torni a casa da una missione, alla tua quotidianità ospedaliera, come cambia la visione della vita?

Quando torni da una missione, ti servono almeno due o tre settimane per capire se stai bene, se dormi, se riesci a respirare. Rientrare nella routine ti fa guardare il mondo in modo diverso. E poi ti chiedi: “ho preso una multa per il parcheggio… non è un problema, di cosa ci lamentiamo, davvero?”
Professionalmente porti con te un enorme bagaglio, impari a riconoscere segnali psicologici, clinici. Capisci cos’è la tratta, cosa significa rischiare tutto, ogni pezzo si incastra e ti cambia. È un capitale umano gigantesco.”

C’è stata una persona che ti ha “curata” e ti ha insegnato qualcosa di importante come essere umano?

“Sì, ci sono state realtà diverse che per me sono state molto significative. Una figura chiave è stata la Dottoressa Francesca, che coordina lo Spazio Salute Immigrazione a Parma. Lei mi ha insegnato quasi tutto quello che so sulla medicina delle migrazioni: come approcciarsi a diverse terapie, a pazienti con background culturali differenti. Mi ha trasmesso l’importanza fondamentale della mediazione culturale ben fatta.

E poi ci sono stati i colleghi delle missioni. Ad esempio, il cardiologo con cui ho condiviso l’esperienza in mare quest’anno è stato per me un vero faro. Ha un’energia incredibile, nonostante sia in pensione, ha più vitalità di me, anche nei turni più duri, tipo dalle 2 alle 6 del mattino, quando io ero stremata e lui invece, sempre impeccabile. È anche un navigatore esperto che mi ha aiutato concretamente, anche sul piano fisico, avendo scoperto che soffro un po’ di mal di mare. E’ una di quelle persone a cui ti leghi davvero.

E’ importante vedere non solo la parte tragica di certe esperienze, ma anche la luce che portano alcune persone.”

Tra gli impegni in ospedale, il volontariato e una vocazione così forte, come trovi il tuo equilibrio personale?

Mi ritaglio dei momenti per me, consapevolmente. Mediterranea è molto presente nella mia vita, però tra di noi c’è tanta comunicazione, e questo fa la differenza. Se uno dice “basta, questo mese mi fermo”, gli altri capiscono e lo supportano. Se non riesco a fare una guardia, o ad andare a una riunione nazionale, chiamo e c’è sempre qualcuno che dice: “Ok, ci penso io”.

Lo Spazio Salute della Famiglia Straniera di Reggio Emilia è un sacrificio, certo, ma è anche una parte e\ssenziale della mia formazione. Perché in ospedale non impari a praticare davvero la medicina delle migrazioni: lì si applicano le cose, ma è in contesti protetti come questo che apprendi le sfumature culturali e relazionali fondamentali. Ogni tanto, quando proprio non riesco, limito le ore. Ma in generale stringo i denti, sto vivendo un periodo molto intenso, almeno fino alla fine della specialistica.”

Come immagini il tuo futuro professionale tra dieci anni? 

A lavorare stabilmente nella medicina delle migrazioni. In una realtà dove magari ci sia un po’ meno bisogno di me… perché in fondo è quello il senso: che un giorno non serva più la mia presenza urgente, perché il sistema sarà in grado di funzionare autonomamente, in modo giusto ed equo.”

 Qual è il consiglio daresti a chi volesse seguire la tua strada?

Direi che a me ha aiutato tantissimo l’umiltà. Entrare nel mondo delle ONG non è facile: serve un impegno reale, e sì, è vero che è volontariato, ma non significa che ci sia un “minimo sindacale”. Si parte da una mentalità per cui si dà il massimo, compatibilmente con le proprie possibilità. Ma questo è un punto su cui insisto: il senso del dovere sociale può essere un grande motore, ma può anche schiacciarti. E bisogna ricordarsi che siamo esseri umani, non macchine.

Se un giorno, invece di andare a una riunione, sento il bisogno di andare in piscina, va bene così. Se riesco a partire per una missione solo per una settimana anziché due, è altrettanto valido. Se qualcuno non lo accetta, il problema è suo, non mio.

Bisogna impegnarsi, certo, mettersi a disposizione, rendersi affidabili per le missioni, ma senza pensare che valiamo solo per quello che “facciamo”. Il primo anno, ad esempio, oltre ad essere medico, facevo anche le pulizie a casa delle famiglie che accoglievamo. Ed è giusto così. Non vuol dire che valgo di meno, anzi. Non bisogna cercare un riscatto sociale attraverso il volontariato. Se si parte con quell’obiettivo, prima o poi qualcosa si incrina”.

 

WRITTEN BY

Cecilia Vecchi, si occupa di comunicazione, è content writer e gestisce progetti audiovisivi. Si divide tra Italia e Spagna. Da sempre ama viaggiare perché partire è la più bella e coraggiosa di tutte le azioni, odora di libertà, vuol dire conoscere e scoprire, vedere nuovi posti per tornare con nuovi occhi. Anche scrivere è viaggiare: un’evasione senza l’ansia degli orari e il disturbo dei bagagli. Per Parmaforwomen cura la rubrica Donne in viaggio


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