Rita Pelusio e Rossana Mola, in scena con Lo sciopero delle bambine

Lo spettacolo ricorda la protesta delle piscinine nel 1902 a Milano, bambine che  trovarono la forza di scioperare e per cinque giorni consecutivi fermarono l’industria della moda meneghina

Giugno 1902. Il centro di Milano è attraversato da un corteo di giovanissime, le cosiddette “piscinine”, in marcia verso la Camera del Lavoro. Sono tutte bambine, giovani apprendiste tra i sei e i tredici anni, che lavorano in ambienti insalubri, senza diritti, sfruttate e sottopagate, ma che allora trovano la forza di scioperare e per cinque giorni consecutivi fermano l’industria della moda meneghina.

È questa storia esemplare di lotta e azione collettiva, realmente accaduta, al centro dello spettacolo “Lo sciopero delle bambine – l’eroicomica impresa del 1902”, produzione PEM Habitat Teatrali e Anna Marcato, diretta da Enrico Messina e scritta da Domenico Ferrari, che verrà presentata in anteprima al Teatro di Ragazzola sabato 22 novembre, alle ore 21.15. In scena le attrici Rita Pelusio e Rossana Mola che tornano insieme a Ragazzola dopo il grande successo nella passata stagione con lo spettacolo “Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce”. Proviamo a capire con loro la genesi di questo lavoro teatrale arguto, divertente ma d’indiscutibile valore civile e storico. 

Perché l’impresa eroica di quelle giovani lavoratrici diventa “eroicomica”?
“È il termine che usarono con scherno i giornali dell’epoca per raccontare la notizia. La protesta fu un vero atto di eroismo e di lotta per i diritti, ma i quotidiani preferirono definirla “eroicomica”. E questo perché le scioperanti erano bambine, a loro modo molto buffe: agivano da grandi, manifestando e occupando addirittura la Camera del Lavoro, ma lo facevano saltando, giocando, cantando, proprio come fanno sempre i bambini. Anche il nostro spettacolo avrà un registro leggero e ironico, affidato questa volta a due piccioni, speciali voci narranti della storia e osservatori delle “piazze”. Nelle loro parole si rispecchierà lo sguardo contemporaneo, ma anche l’ignavia e la disillusione così presenti nella nostra società”

Come vi siete imbattuti in questa storia, così poco conosciuta, e su quale materiale o documenti  è stata costruita la drammaturgia?

“Fondamentali sono stati gli articoli pubblicati allora sui giornali, ne abbiamo trovati circa una decina. Ma l’idea iniziale di scriverne una drammaturgia è arrivata a Domenico Ferrari dopo aver ascoltato un’ intervista a Silvia Montemurro, autrice del libro “La piccinina” che appunto racconta lo sciopero. Abbiamo poi attinto informazioni e dettagli utili direttamente dall’archivio dell’Unione Femminile Italiana e della Camera del Lavoro, ma anche dal testo “Operaie e socialismo” di Fiorella Imprenti, dal romanzo “Cenere” di Tiziana Ferrario e dal podcast “Signorine” di Serena Dandini.”

Anche il nostro tempo storico ci chiama inevitabilmente a proteste e scioperi. La memoria delle lotte del passato può aiutarci oggi a ritrovare coraggio e fiducia nell’azione “di piazza”?

“Ce lo auguriamo e crediamo nell’efficacia dei movimenti collettivi. Insieme abbiamo fondato una sezione ANPI, a cui abbiamo dato il nome “Audrey”, richiamandoci alle gesta della Hepburn come staffetta partigiana in Olanda durante la Seconda Guerra Mondiale. Tutta la sua vita, al di là dei riflettori, è stata un esempio di impegno civile. Noi come artiste e come esseri umani sentiamo l’urgenza di batterci per quelle che sono le tragedie e le criticità della nostra epoca, come il genocidio in Palestina e i diritti delle donne. La storia delle “piscinine” ci risuona dentro e in essa possiamo ritrovarci: anche noi forse siamo piccoli e, per certi versi, impotenti, ma poi il coraggio per lottare si trova, è il coraggio dell’incoscienza che arriva quando riconosci un’ingiustizia e non puoi, non devi, accettarla. Protestare diventa allora un dovere”   

Cosa ha lasciato a voi, artiste contemporanee da sempre attente e sensibili alla causa femminista, questa storia di consapevolezza e autodeterminazione delle donne nel mondo del lavoro?

“Un forte senso di solidarietà, di alleanza e di affinità nella lotta. Solo restando unite aumentiamo le possibilità di farci ascoltare, di ottenere e di concretizzare le nostre rivendicazioni. E poi resta la bellissima leggerezza di queste bambine che all’inizio del Novecento, in un tempo così difficile per le donne e per l’infanzia, decidono di protestare e lo fanno ridendo e cantando. La loro è una rivoluzione festante, gioiosa, poetica ed è quello che vogliamo declinare e trasmettere anche nel linguaggio del nostro spettacolo. Quel celebre ritornello “sempre allegri bisogna stare” è stato un po’ il motore della creazione drammaturgica e registica.”

Cosa direbbero due piccioni del futuro nel pensare alle piazze italiane di oggi?

“Lo spettacolo inizia con una frase emblematica in tal senso Come è triste una piazza vuota”. Ma sono poi gli stessi piccioni a rimanere immobili, stanchi e frustrati. Senza mai dichiararlo, essi rappresentano l’atteggiamento più diffuso nel mondo contemporaneo, dove si preferisce “manifestare” sui social che in una piazza vera. Non c’è, tuttavia, una volontà sottostante di giudicare, ma piuttosto un invito, uno stimolo, a una reale presa di coscienza, che ci allontani dal disincanto, dall’amarezza e ci ricordi il valore della protesta”. 

 

 

 

WRITTEN BY

Francesca Ferrari, giornalista culturale freelance, founder del blog Teatropoli.it collaboratrice nella redazione Spettacoli di Gazzetta di Parma, responsabile ufficio stampa per diverse realtà teatrali e culturali del territorio. Su Parmaforwomen ha ideato la rubrica WTheatre, interviste a donne attrici e registe del mondo teatrale. 

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