Laura Plebani e Giada Mazzoleni raccontano CARNE
maternità, solitudine e cinema al femminile. IL CORTO vuole far riflettere, ma anche cambiare la prospettiva sul post partum
Un progetto cinematografico che vuole rompere gli schemi tradizionali non solo nella narrazione, ma anche nelle pratiche di produzione. Si chiama CARNE, il cortometraggio che ha ottenuto il sostegno di Emilia Romagna Film Commission e affronta il tema della maternità e della solitudine post-partum, proponendo al contempo un modello innovativo di set inclusivo per cast e troupe con bambini. Diretto dalla regista Laura Plebani, scritto insieme a Giada Mazzoleni, coautrice e produttrice con Paguro Film e Red Sled Films, include nel cast nomi di rilievo come Matilda Lutz e Angela Finocchiaro. Regista e produttrice saranno ospiti a Parma sabato 28 febbraio alle 17 alla Biblioteca Malerba, in un incontro promosso dall’associazione 24FPS, già nota per il progetto FilmmakHER dedicato al cinema al femminile.Nel frattempo, le abbiamo intervistate…
Laura, com’è nata l’idea di CARNE?
“È una suggestione arrivata quando sono diventata mamma. È stato un momento pieno di emozioni, ma anche di fatiche e solitudine inaspettate. Nulla di drammatico, ma abbastanza da farmi riflettere su quanto questa sensazione sia condivisa da molte madri. Una metafora rimasta per un po’ sulla carta, finché ne ho parlato con Giada qualche anno fa. Lei ha colto subito la potenzialità e mi ha proposto di farne un progetto concreto. È nato così CARNE.”
Giada, cosa ti ha colpito del progetto?
“Laura mi ha fatto leggere la sceneggiatura, nel 2022, e da lì abbiamo iniziato a lavorarci. Volevamo costruire un racconto cinematografico sostenibile, ma con una forte identità di genere. Di solito la maternità è raccontata in modo accogliente, protettivo; noi abbiamo voluto portarla fuori da quella comfort zone, esplorandola attraverso il linguaggio del genere horror, in chiave quasi “disruptive”. È una narrativa che si sta aprendo solo di recente, e noi l’abbiamo estremizzata.”Qual è il messaggio centrale?
Laura: “Il focus del film è la solitudine post partum, che oggi finalmente si comincia a raccontare di più, ma non ancora abbastanza. Non è la maternità in sé a essere problematica, ma come la viviamo. Tra pressioni, input contraddittori. Devi fare tutto bene, tenere alta la performance, vivi la paura di sbagliare e di non essere un buon genitore. Le figure che girano intorno alla neomamma sono tante, ma ognuna con un proprio pensiero. La solitudine nasce perché ci si trova immerse in un crocevia di informazioni, che non è sempre facile codificare per una persona che vive un momento fragile della propria vita.”Una solitudine più sociale che psicologica quindi?
Giada: “Sì, perché non parliamo di depressione post-partum, di patologia, ma di una sensazione ricorrente in cui le donne si possono riconoscere: quella confusione che nasce quando intorno a te tutti sanno cosa dovresti fare, tranne te! È una solitudine “sociale”, nata dal bombardamento di informazioni, giudizi e stereotipi che una donna riceve: troppe voci, troppi consigli, troppe aspettative. E in un periodo in cui ti senti tagliata fuori dal resto del mondo. Ti ritrovi confusa, ansiosa, totalmente responsabile di un’altra vita, tutto dipende dalle tue scelte.”Torniamo al genere con il quale firmate questa pellicola: l’horror per parlare di maternità, siete proprio sicure?
“Il genere horror è stato lo strumento perfetto per rendere visibile ciò che di solito resta invisibile. Ci permette di dare forma a emozioni e pensieri che spesso nascondiamo o edulcoriamo. Ci piace pensare che il film provochi una doppia reazione: attrazione e repulsione. È quella tensione tipica del cinema di genere: guardi, ma con la mano davanti agli occhi, chiedendoti quanto riuscirai a resistere. Ci sono effetti speciali, non dimentichiamo che il cinema è intrattenimento, sono 15 minuti che coinvolgono gli spettatori. Abbiamo estremizzato volutamente alcuni aspetti che fanno parte della maternità, con l’intenzione anche di sollecitare un dibattito. Abbiamo mostrato alcune scene in fase di test ad alcuni uomini ed è stato interessante vedere le loro reazioni, come le immagini li mettessero in contatto, seppur per un attimo, con una realtà che non conoscono.”
L’uomo è il grande assente. Un cast tutto al femminile, chi sono i personaggi?
“Ci concentriamo interamente sulla comunità femminile che circonda una donna che ha appena avuto un figlio. La protagonista, la madre, è accompagnata da due figure chiave: la pediatra e la consulente per l’allattamento. Poi c’è una vicina misteriosa, che entra e destabilizza ulteriormente l’equilibrio. La protagonista è interpretata da Matilda Lutz, mentre la pediatra è Angela Finocchiaro.”La produzione lancia un messaggio su lavoro e maternità, con la sperimentazione di un protocollo childcare, di cosa si tratta?
“Abbiamo deciso di trasformare la produzione di CARNE in un piccolo esperimento sociale. Vogliamo un segnale di cambiamento. Sul set abbiamo creato un servizio di assistenza all’infanzia, grazie al supporto di Unimamma Alla Pari Aps, in modo che nessuno dovesse rinunciare al progetto per problemi familiari: permettere alle madri e ai padri di continuare a lavorare nel cinema senza sentirsi esclusi. In altri paesi è una prassi, in Inghilterra, ad esempio, molte produzioni hanno veri e propri kindergarten set, ma in Italia ancora no. Siamo convinte che questa sperimentazione possa diventare una best practice, un modello replicabile da diffondere.”
Ilaria Serina, direttrice di produzione, con GIada Mazzoleni coautrice e produttrice del cortometraggio che prevede un set inclusivo per chi ha figli
“Sì, vogliamo farne un case study. È un piccolo esempio di come si possa conciliare maternità e lavoro creativo, anche con budget limitati. Basta uno spazio giochi, un angolo allestito per i compiti. Abbiamo girato nei weekend, con i bambini a casa da scuola e siamo riusciti a strutturare un crèche per loro, dove i figli del cast e della troupe potevano stare in sicurezza mentre i genitori lavoravano.”
Avete sostenuto questo progetto anche tramite crowdfunding, come è andata?
“Non è facile raccogliere fondi, ma la campagna realizzata finora ci ha permesso di coprire parte delle spese iniziali, ringraziamo tutti coloro che ci hanno sostenuto. Anche se non abbiamo raggiunto il budget prefissato, è stata un’esperienza utile per coinvolgere la comunità e far conoscere il progetto. Stiamo valutando una seconda campagna, dedicata alla post-produzione, magari con qualche teaser già pronto da condividere.”
“Le riprese si concluderanno a marzo 2026. Puntiamo a presentarlo in un festival importante, sarebbe bellissimo approdare a Venezia, anche se è presto per dirlo. In ogni caso, dopo la circuitazione festivaliera, prevediamo anche un programma di proiezioni e stiamo valutando contratti per la distribuzione sulle piattaforme.
“Negli ultimi tempi mi ero concentrata su altri ambiti, ma sentivo la mancanza del racconto puro, di un ritorno al cinema narrativo. È quindi coronamento di un percorso. Ma è stata anche una sfida, è la prima volta che mi confronto con il genere horror, un territorio nuovo che non avevo mai affrontato neanche da spettatrice, ma che mi sta appassionando molto. Ho studiato recenti film horror diretti da donne, che usano questo linguaggio per raccontare il femminile, ma più che emulare, ho cercato di trovare la mia voce. E con CARNE credo di esserci riuscita”.
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Rosaria Frisina, giornalista, editor. Ha alle spalle un’esperienza ventennale nel mondo della comunicazione e dell’informazione. Ama raccontare storie, la scrittura è la sua passione, l’informazione e la cura dei contenuti l’anima del suo lavoro. Per il blog Parmaforwomen, in particolare, segue la rubrica Donne e Salute.
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