Francesca Avanzini, dal memoir al romanzo
La scrittrice racconta “Poveri ricchi”, il libro che presenterà il 21 marzo alla casa delle donne di Parma.
Poveri ricchi. Un titolo che racconta già molto. Non è soltanto un ossimoro, ma una chiave di lettura del nostro tempo: quello in cui il benessere materiale non coincide necessariamente con la felicità o con una vera pienezza interiore.
Nel romanzo (Transeuropa edizioni) Francesca Avanzini*descrive il mondo del privilegio e delle relazioni di potere, mostrandone il lato nascosto. Dietro l’immagine brillante di vite apparentemente perfette emergono solitudini, fragilità, difficoltà relazionali. Piccole crepe che pian piano diventano voragini. La scrittrice presenterà il libro il 21 marzo alle 18.00 a Casa delle Donne di Parma.
Francesca, Poveri ricchi possiamo definirlo un romanzo d’amore?
“L’amore è sicuramente uno dei temi del libro, ma non nel senso più romantico del termine. In Poveri ricchi racconto piuttosto la difficoltà di innamorarsi e, soprattutto, di abbandonarsi all’amore. Da un lato, è una riflessione sui rapporti tra uomini e donne oggi, dall’altro ho voluto descrivere quel mondo fatto di lusso e apparenza che spesso nasconde un grande vuoto emotivo. Mi sono ispirata anche a vicende di cronaca, mi aveva colpito, in particolare, il caso Genovese e la terrazza sentimento.
Ma non volevo scrivere un instant book, che non appartiene alla mia sensibilità, così ho intrecciato una storia sentimentale, quella di Umberto ed Ulrike.”
Umberto è il protagonista maschile del romanzo, un uomo al quale non sembra mancare nulla, eppure è una figura tormentata…
“Umberto appare come un uomo di successo, sempre sulla scena, imprenditore in una grande azienda di famiglia, ma nel corso del romanzo emerge la sua fragilità. Il suo è un personaggio in declino, che porta dentro di sé molte contraddizioni. Per costruirlo mi sono ispirata a figure reali: persone cresciute all’ombra di padri giganteschi, industriali o artisti. Penso, per esempio, ai rampolli di grandi famiglie che non riescono a essere all’altezza dell’eredità che ricevono. Magari avrebbero altri talenti, ma sono costretti a seguire una strada già tracciata.”
Un personaggio con un elemento molto visivo: la benda sull’occhio. Da dove nasce questa idea?
“Volevo che il personaggio avesse un difetto fisico che alludesse a qualcosa di più profondo. Un po’ come nei personaggi shakespeariani: penso a figure come Riccardo III, dove il corpo racconta già qualcosa del carattere. La benda diventa quindi un segno simbolico, quasi un indizio di una frattura morale. Un fatal flaw. Ma i personaggi di Poveri ricchi sono tutti un po’ amletici.”
Che tipo di donna, invece, è Ulrike?
“Prima di tutto è una donna sola. Anche lei ha un passato difficile: da ragazza è stata malata e ha trascorso molto tempo a letto, perdendo in parte la sua adolescenza. Questo la porta a idealizzare l’amore, come se aspettasse ancora quel passaggio della vita che non ha potuto vivere pienamente.
Quando incontra Umberto ne rimane affascinata: è bello, ricco, intelligente, perfino artista perché suona. Ne rimane abbagliata. Ma a un certo punto capisce che la distanza tra loro è enorme.”
Si accorge che è un amore tossico?
“La relazione diventa quasi un amore tossico. Ulrike si lascia coinvolgere profondamente. Tuttavia riesce, alla fine, ad aggrapparsi a qualcosa che la salva, cioè il suo lavoro. È quello che le permette di non perdersi completamente. In realtà, forse non lo ama abbastanza o il rischio dell’amore è troppo grande, soprattutto quando arriva a compromettere la sua identità.”
Umberto trova in Ulrike una figura autentica, non appartiene al suo mondo, ma questo sentimento non riesce a consolidarsi.
“Purtroppo no. Umberto è schiacciato da troppe pressioni: deve portare avanti l’azienda di famiglia, è circondato da rivalità e intrighi, e ha anche una dipendenza dalle droghe. La sua mente è sempre occupata e inquieta.”
La donna ne esce meglio dell’uomo in questo romanzo…
“All’inizio non avevo pensato di costruire personaggi femminili particolarmente vincenti, ma scrivendo mi sono accorta che le donne del romanzo, in fondo, lo sono.”
Tra i personaggi femminili spicca anche la sorella di Umberto, Anna, una figura molto determinata…
“Qualcuno mi ha detto che è troppo aggressiva, ma credo che esistano donne così. Mi fa pensare a certe figure femminili del mondo manageriale contemporaneo, donne che devono affermarsi sgomitando in contesti ancora molto maschili. Le cosiddette ‘Capitane Nemo’, come cantava Vecchioni.
Anche lei, però, ha le sue fragilità: è cresciuta come la più piccola della famiglia, l’unica che non corrispondeva ai canoni di bellezza dei fratelli. Con il tempo, tra chirurgia estetica e privilegi economici, riesce a trasformarsi, ma resta una persona combattiva e segnata dal passato.”
Questa tensione tra ricchezza materiale e fragilità interiore sembra attraversare tutto il libro.
“Sì, è un tema che ritorna anche negli altri miei lavori. In fondo è un po’ il fil rouge della mia scrittura: avere tutto dal punto di vista materiale e, allo stesso tempo, sperimentare una grande povertà spirituale. Credo che sia una condizione molto rappresentativa del nostro tempo.”
Emerge il senso di solitudine e di dolore, anche all’interno delle amicizie…
“Molti personaggi sono soli. Anche nella famiglia di Umberto c’è diffidenza: fratelli e sorelle si guardano alle spalle.
Lo stesso accade nelle amicizie di Ulrike. Lionella, per esempio, è un’amica solo fino a un certo punto: sceglie un mondo fatto di apparenza e lusso, e questo finisce per allontanarle. Tiziana invece è una persona più solida, un’architetta con una vita equilibrata, anche se il suo è un personaggio secondario.”

Il prossimo corso di scrittura autobiografica con Francesca Avanzini
Il romanzo attraversa diversi luoghi: dalla Liguria al Trentino.
“La storia si svolge in una città di provincia del Nord, non ben identificata. Poi compaiono altri luoghi: il mare ligure, Portofino, e la montagna in Trentino dove si trova il castello di Umberto. Anche lo spazio geografico accompagna il movimento emotivo della storia.”
Che sensazione ti ha lasciato la scrittura di questo romanzo?
“È stata un’esperienza molto intensa. Da una parte ho provato grande soddisfazione, perché fino a quel momento avevo scritto soprattutto memoir. Questo è stato il mio primo vero romanzo costruito inventando personaggi e facendoli interagire come una sorta di burattinaia.
Dall’altra è stato un lavoro lungo e complesso: il libro è rimasto nel cassetto per quasi dieci anni prima di trovare la struttura definitiva.”
sei un’autrice conosciuta più per il memoir: il romanzo è una novità nel tuo percorso?
“È stata una sfida, anche se il tema di Poveri ricchi nasce in parte da un mio vissuto autobiografico. In generale, si tratta di una trama di fiction che sentivo di poter raccontare. Probabilmente tornerò al memoir: è un genere che mi è più naturale e vicino alle mie corde. Ma il memoir a cui penso non è un racconto narcisistico; mi interessa una scrittura che, partendo dall’esperienza personale, riesca a raccontare anche qualcosa di più ampio. Un po’ come fa Annie Ernaux, che attraverso la propria storia parla della società francese di quegli anni, dei tabù, del sesso e della liberazione sessuale.”
Sei anche docente di corsi di scrittura autobiografica. Secondo te nella scrittura conta di più il talento o la tecnica?
“La tecnica è importante, tanto quanto il talento. Ma credo che la scrittura debba avere soprattutto un’anima, anche se imperfetta dal punto di vista formale.
La tecnica si può imparare e migliorare. Esistono scrittori molto tecnici, ma senza anima. La cosa essenziale, per chi scrive, è avere qualcosa da dire e sentire il bisogno di dirlo”.
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Poveri ricchi è edito da Transeuropa (febbraio 2025) ed è acquistabile online su Amazon
Mi sono guardata allo specchio oggi, le mie labbra sono piegate all’ingiù. Le mie belle labbra. Non posso permettere che si pieghino all’ingiù. L’infelicità che mi ha messo lui. Sembro un gufo. Farò di tutto perché tornino all’insù. Combatterò perché tornino all’insù. Mi sembra un buon motivo per combattere.
(Poveri ricchi, pagina 114)
*Chi è Francesca Avanzini
Scrittrice parmigiana, ha pubblicato racconti per La Tartaruga, MUP e riviste varie. Per Diabasis ha pubblicato nel 1996 il volume di viaggi minimali Paesaggi feriali; nel 2015, per ycp, il romanzo Ha ballato una sola estate, storia di una ragazzina che soffre di anoressia sullo sfondo della provincia del Nord; nel 2020 per Consulta Libri&Progetti Quel che di buono, memoir sui lati positivi di un’educazione anni ’60; nel 2022 per Cierre Memoria della casa, dedicato al lago di Garda. Ha tradotto dall’inglese per La Tartaruga, Guanda, Baldini Castoldi Dalai, Mattioli 1885 e altri. Dal 1997 al 2019 ha collaborato alla terza pagina della Gazzetta di Parma.
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Rosaria Frisina, giornalista, editor. Ha alle spalle un’esperienza ventennale nel mondo della comunicazione e dell’informazione. Ama raccontare storie, la scrittura è la sua passione, l’informazione e la cura dei contenuti l’anima del suo lavoro. Per il blog Parmaforwomen, in particolare, segue la rubrica Donne e Salute.
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