“Mi prendo la città”, lo slogan che vorremmo fosse un diritto

La casa delle donne ospita la mostra fotografica #ioescodasolə. Elisabetta salvini spiega il perchè 

Leslie Kern è una femminista che si occupa di studi urbani e nel suo libro La città femminista riflette su come le nostre città non siano progettate e costruite per tenere conto delle esigenze di sicurezza, di organizzazione e di vita affettiva delle donne e delle comunità. Le città sono pensate a misura di uomo che si sposta attraverso spazi morti, funzionali al solo trasferimento da un luogo all’altro (tragitto casa-lavoro).

Non tengono conto di spazi per vivere le relazioni, di tragitti di cura, dei momenti di studio o di ozio. Sono spazi “monchi”, nei quali è più facile che si possa produrre degrado e insicurezza.

In queste settimane, in preparazione del 25 novembre, la Casa delle donne insieme ad altre realtà ha avviato, con ragazzi e ragazze delle varie scuole cittadine, un percorso volontario di formazione e costruzione della manifestazione.

Parlando con le ragazze, sono emersi due aspetti: quasi tutte sentono il bisogno di geolocalizzarsi e di condividere la propria posizione con le amiche per “non sentirsi isolate” e tutte, quando si trovano in giro per la città da sole, utilizzano strategie per difendersi da possibili aggressioni: le chiavi tra le mani, le finte telefonate, o evitare i luoghi più bui, più isolati, più malfamati.

Noi non vogliamo che la paura ci impedisca di vivere la nostra città, eppure sappiamo anche che urlare: “Mi prendo la città” è un bello slogan che però deve misurarsi con una realtà fatta anche di una percezione di insicurezza radicata ed evidente.

#ioescodasolə è una mostra importante perché ci interroga su temi scomodi, complessi, che non possono essere taciuti, minimizzati o nemmeno lasciati in pasto ad una squallida propaganda.

Ci interroga su quanto la cultura dello stupro sia ancora così fortemente sedimentata nella nostra società che si fatica a sradicarla; una cultura che affonda le sue radici in una società patriarcale e in un sistema di giustizia penale fallocentrico, che si muove solo intorno al maschio, nel quale la credibilità della donna che denuncia viene continuamente messa in dubbio, a favore di una sua rivittimizzazione.

Una società che ancora tollera che la violenza possa essere percepita come sexy e la sessualità come violenta, e che pertanto abbraccia l’idea che l’uomo sia strutturalmente un predatore e la donna una preda.

La cultura dello stupro si manifesta mediante l’adozione quotidiana di un lessico misogino, l’oggettivazione sessuale dei corpi femminili operata dai media, e attraverso il massiccio processo di normalizzazione della violenza presente nelle nostre società. Stando ad alcune cifre possiamo dire che, nel mondo, la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3.

 La mostra suggerisce di portare i nostri corpi nello spazio pubblico, in risposta ad una logica che vuole negare che il problema della violenza sia strutturale e culturale (vietare l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole ne è un esempio). Ragionare in termini di giustizia unicamente punitiva o carceraria, tende ad isolarci, incrementando la sensazione di solitudine, di sradicamento e di vulnerabilità.

Il nostro femminismo vuole rispondere alla percezione di paura di vivere gli spazi pubblici nel solo modo possibile, e cioè riprendendoseli. 

Nel 1976 le femministe hanno organizzato un’importante manifestazione con lo slogan “riprendiamoci la notte”.

Nel 2006 un’altra importante manifestazione, che aveva come slogan “usciamo di notte”, ha portato migliaia di donne milanesi a far festa alla stazione Centrale di Milano, percepita come luogo insicuro. Lea Melandri in quella occasione ha detto: “abbiamo optato per un luogo pubblico per tirar fuori dal privato la relazione tra i sessi. La sfera pubblica esclude le donne. Noi vogliamo invaderla, essere di casa in ogni luogo e a tutte le ore”.

È con questo spirito che la Casa ospita questa mostra.

Il 25 novembre 2021 un nostro striscione diceva che “le strade libere le fanno le donne che le attraversano”. Oggi andrebbe riscritto dicendo che “le strade libere le fanno i corpi che le attraversano” i corpi delle donne e delle altre soggettività che scelgono di stare negli spazi pubblici, non solo per attraversarli ma per viverli. 

Articolo a cura di Elisabetta Salvini, Casa delle Donne Parma

Sotto alcune immagini della giornata inaugurale della mostra fotografica #ioescodasola a cura di Parmaforwomen con Fiammetta Mamoli autrice degli scatti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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