Il calcio femminile, visto da Giulia
Una forte passione fin da piccola per uno sport stereotipato “da maschi”. Ma è davvero così?
Giulia lo sa: non è facile scendere in campo e giocare come i suoi coetanei maschi. Il suo sogno è vedere, un giorno, crollare certi muri e stereotipi. L’abbiamo intervistata per dare voce al suo sguardo di giovane giocatrice di calcio…
Come nasce la tua passione per il calcio? A che età hai iniziato?
“Ho sempre avuto una passione per il calcio, fin da piccola, soprattutto grazie ai miei cugini, con cui giocavo spesso in giardino o al campo della parrocchia. Essendo quasi sempre l’unica ragazza, volevo dimostrare di poter competere con loro. Col passare degli anni, il calcio è diventato per me molto più di un semplice passatempo.
Ho iniziato a giocare in squadra solo all’età di diciassette anni, nel Montanara.”
Come vedi il calcio femminile a Parma?
“Purtroppo, a Parma non ci sono molte possibilità per le ragazze della mia età di praticare calcio.
Il calcio femminile si sta sviluppando, ma è ancora considerato un po’ di nicchia e, attualmente, le uniche opportunità sono offerte dal Parma Calcio e dal Fraore.
Per quanto riguarda le fasce d’età dai 5 ai 17 anni, invece, la sezione femminile si sta sviluppando parecchio: ci sono società come Juventus Club Parma, Cus Parma e Montanara Calcio che hanno creato diverse squadre under.”
È ancora uno sport stereotipato?
Il calcio è ancora visto come uno sport da uomini, e quello femminile viene spesso giudicato meno spettacolare e intenso.
Questo comporta una minore visibilità e un minor supporto economico e mediatico, con conseguenze evidenti anche sugli stipendi delle giocatrici, che restano nettamente inferiori a quelli degli uomini.
Nonostante queste difficoltà, credo che il calcio femminile stia crescendo e che, passo dopo passo, stia guadagnando sempre più attenzione. A dimostrazione di ciò, il calcio a 5 femminile a Parma si è diffuso e apprezzato sempre di più, soprattutto perché aperto a tutte le età.
Ne sono un esempio società come Minerva, Inzani, Fontevivo e La Paz.”
Hai vissuto episodi in cui ti sei sentita dire qualcosa per cui non ti sei sentita adeguata a questo sport?
“Da piccola, quando giocavo nel campo della parrocchia con i ragazzi del quartiere, ero quasi sempre l’unica bambina. Le loro battute non mi toccavano più di tanto: tutto ciò che contava per me era poter giocare.
Mi feriva soprattutto sapere che mia madre non approvava la mia passione per il calcio. Diceva che era ‘uno sport da maschi’, che mi sarei fatta male giocando con loro e che avrei dovuto fare qualcosa di più femminile. Solo dopo diversi anni ha ceduto, e lei stessa mi ha spinta a provare a giocare in una squadra femminile.”
La tua squadra femminile preferita?
“La mia squadra femminile preferita è la nazionale spagnola. Mi affascina il suo stile di gioco: un calcio fluido, con passaggi rapidi e centrato sulla valorizzazione del talento e della creatività individuale. Le calciatrici spagnole giocano con eleganza e intelligenza tattica.
La calciatrice che mi ispira di più è Alexia Putellas, non solo per la sua visione di gioco incredibile, ma anche per la sua tenacia. Da bambina era l’unica ragazza nella squadra del suo quartiere e spesso le dicevano che ‘il calcio non era per lei’. Nonostante questo, Alexia non ha mai smesso di credere in sé stessa, e ciò l’ha portata a vincere due Palloni d’Oro consecutivi e a diventare un simbolo mondiale di empowerment femminile.”
Cosa vorresti succedesse per migliorare la presenza femminile nel calcio?
“Credo che, per migliorare davvero la presenza femminile nel calcio, serva un cambiamento culturale profondo.
Bisogna partire dall’offrire alle bambine le stesse possibilità dei coetanei maschi: campi, allenatori, attrezzature.
Inoltre, sarebbe determinante impiegare più figure di riferimento femminili in ruoli di responsabilità, come allenatrici o dirigenti nelle società sportive.”
Se una bambina vede dei ragazzi che giocano a calcio in cortile o in giardino, secondo te deve dire senza timori: ‘Posso giocare anche io?’
“Certamente. Se una bambina vede dei ragazzi giocare a calcio in cortile o in un prato, dovrebbe sentirsi libera di chiedere con semplicità se può unirsi al gioco.
Purtroppo capita spesso che le bambine si sentano escluse o siano convinte che il calcio non sia adatto a loro, ed è proprio questo che dobbiamo cambiare.
Il calcio dovrebbe rappresentare uno spazio aperto, dove chiunque desideri partecipare possa farlo senza temere giudizi. Solo così potrà diventare davvero uno sport per tutti, in cui ciò che conta sono la passione e il piacere di giocare, indipendentemente dal genere.”
Fotocredits Fiammetta Mamoli





