Quale lingua parla la Generazione Z?
narcisismo, violenza, sfiducia nel futuro. il punto di vista di ISa MAggi stati generali delle donne
La Generazione Z è la generazione che parla il linguaggio della salute mentale, che rivendica diritti, inclusività e sostenibilità. Eppure, sotto questa superficie apparentemente evoluta, si agitano tensioni profonde e contraddizioni inquietanti: un ritorno della violenza fisica, una radicalizzazione del conflitto, una perdita del senso del limite che irrompe persino nei luoghi deputati alla formazione.
In questa intervista, Isa Maggi, coordinatrice generale degli Stati Generali delle Donne, propone una lettura non consolatoria del mondo giovanile contemporaneo, esplorando l’ombra che accompagna la cultura del “wellbeing”, il ruolo dei media digitali nella normalizzazione della brutalità e la trasformazione — spesso rimossa — della violenza femminile. Ne emerge il ritratto di una generazione sospesa tra desiderio di cura e nichilismo difensivo, tra bisogno di riconoscimento e spettacolarizzazione del dolore, che interroga profondamente il ruolo educativo di scuola, famiglia e società.
generazione z, la conosciamo davvero?
La Generazione Z vive una profonda contraddizione: accanto alla centralità attribuita al benessere e alla salute mentale, emerge una violenza giovanile sempre più cruda, che arriva fino agli spazi scolastici. Questa deriva rivela una forma di anestesia emotiva in cui il senso del limite e il rispetto dell’altro risultano tragicamente assenti.
Quali sono le cause di certi gesti?
La celebrazione sociale della “cura di sé” convive con una fragilità narcisistica che rende intollerabile ogni frustrazione. In assenza di un’educazione al conflitto e al fallimento, lil coltello diventa una drammatica protesi identitaria, uno strumento immediato per ripristinare un senso di potere in un mondo percepito come privo di punti di riferimento autorevoli. Rispetto al passato, i giovani di oggi si muovono spesso in un vuoto di autorità dove né la famiglia né la scuola sembrano più capaci di fornire quel “No” fondamentale che permette di riconoscere l’altro come soggetto invalicabile.
Quanto pesa la mancanza di fiducia nel futuro?
Pesa in modo decisivo. Molti giovani avvertono una distanza profonda tra le promesse di progresso e la percezione di una realtà di precarietà assoluta e di promesse tradite . In questo vuoto di prospettive, l’atto violento può diventare l’unica forma di autoaffermazione tangibile. La violenza diventa così un linguaggio disperato per chi non trova spazio nelle dinamiche del “wellbeing” d’élite, trasformando la scuola, luogo per eccellenza della costruzione sociale, nel teatro di un’eclissi valoriale dove la vita umana perde la sua sacralità a favore di un istinto di sopraffazione immediato e privo di rimorso.
Qual è il ruolo dei social media?
I media digitali non si limitano a riflettere la violenza, ma la amplificano e la legittimano. In un ecosistema digitale governato dall’economia dell’attenzione, l’atto brutale smette di essere un tabù per trasformarsi in un contenuto performativo, un “evento” da coreografare, riprendere e dare in pasto all’algoritmo. Questa spettacolarizzazione ridefinisce i confini del morale, trasformando il crimine o l’aggressione in una forma di capitale sociale: il video della rissa o dell’accoltellamento non è più solo la prova di un reato, ma un tassello di una narrazione volta a costruire un’aura di “invulnerabilità” e “rispetto” nei circuiti digitali.
Cambia anche la violenza femminile?
Sì, ed è un fenomeno in forte trasformazione. Sempre più ragazze adottano modalità di violenza fisica tradizionalmente maschili, rivendicando una parità che si esprime attraverso la forza. È una forma di emancipazione deviata, che cerca empowerment nella sopraffazione.
Per decenni, la sociologia ha confinato l’aggressività delle ragazze entro i perimetri della violenza verbale o psicologica — il cosiddetto bullismo relazionale fatto di esclusione e maldicenza. Oggi, invece, assistiamo a un’appropriazione del codice fisico da parte delle giovani donne, che adottano modalità di scontro storicamente maschili con una ferocia simmetrica, se non superiore. Le cronache raccontano di spedizioni punitive e accoltellamenti orchestrati da adolescenti che rivendicano una parità di genere declinata nell’oscurità. Questa “emancipazione deviata” suggerisce che, nel vuoto dei valori tradizionali, le ragazze scelgano di adottare il linguaggio della forza muscolare per sottrarsi a un ruolo di vittima o di subalternità, cercando nel sangue e nella prevaricazione fisica una paradossale forma di empowerment.
Il ruolo dei media in questa deriva è determinante, poiché propone modelli estetici in cui la femminilità viene associata a una durezza spietata. Attraverso il cinema, le serie TV e, in modo più capillare, l’immaginario dei social media e dei video musicali, si è consolidata l’idea della “ragazza cattiva” che non ha bisogno di protezione, ma che protegge il proprio territorio con la stessa spietatezza dei coetanei maschi. La violenza diventa così un accessorio di moda, un elemento della “performance” quotidiana che deve essere documentato per esistere. La telecamera dello smartphone agisce da catalizzatore: la presenza di un pubblico virtuale immediato spinge le giovani a estremizzare il gesto violento, trasformando il dolore della vittima in uno sfondo per il proprio protagonismo digitale.
C’è una commistione pericolosa tra reale e virtuale?
Sì. La spettacolarizzazione costante della violenza altera la percezione del reale, rendendo le giovani generazioni incapaci di distinguere tra la finzione di un contenuto virale e l’irreversibilità di una ferita inferta con una lama. La violenza femminile, in particolare, ci interroga sul fallimento di un’idea di civiltà che pensava di aver rimosso la brutalità fisica attraverso l’educazione, scoprendo invece che, tolte le sovrastrutture, il richiamo del “potere del corpo” torna a essere l’unico linguaggio comprensibile in un deserto di senso.
La decodifica dei segnali mediatici richiede un radicale mutamento di prospettiva: non si tratta più di monitorare “cosa” i giovani guardano, ma di comprendere “come” abitano lo spazio digitale e quale significato attribuiscono alla violenza che vi incontrano
Cosa si può fare?
Per le famiglie e la scuola, la sfida consiste nel penetrare una barriera linguistica ed estetica che spesso appare impenetrabile, trasformandosi da censori a mediatori critici.
Un primo passo fondamentale risiede nell’alfabetizzazione emotiva ai simboli del potere digitale.
Genitori ed educatori devono imparare a leggere i “micro-segnali” dell’estetica della forza: il cambiamento nel gergo, l’adozione di pose gerarchiche mutuate dai social media o l’ossessione per la documentazione video di ogni conflitto. Decodificare significa capire che, per un adolescente, un video di una rissa non è solo un contenuto violento, ma un’unità di misura del prestigio sociale.
La scuola, in particolare, dovrebbe integrare nei programmi didattici l’analisi dei linguaggi dei nuovi media, smontando i meccanismi di costruzione della “fama” digitale e mostrando come l’algoritmo premi la brutalità non per valore etico, ma per pura logica di profitto e ingaggio.
Allo stesso tempo, la famiglia deve recuperare il ruolo di “ancora di realtà”. La tragedia si consuma quando il confine tra la performance online e le conseguenze fisiche offline si dissolve. È essenziale ristabilire spazi di dialogo in cui la vulnerabilità non sia vista come una debolezza da eliminare, ma come una componente essenziale dell’essere umano. Spesso, il ricorso al coltello o alla violenza fisica, specialmente quella femminile che abbiamo analizzato, nasce dal bisogno di aderire a un modello di invulnerabilità che i social impongono come standard.
Gli adulti devono saper intercettare il momento in cui l’identità digitale inizia a cannibalizzare quella reale, riportando il giovane al valore della “parola” come alternativa alla “lama”.
Infine, è necessario che scuola e famiglia agiscano in un’alleanza educativa che non sia puramente burocratica. Bisogna creare “spazi di decompressione” dove i giovani possano esprimere la propria rabbia e il proprio nichilismo senza essere immediatamente giudicati, ma venendo accompagnati nella comprensione delle proprie emozioni. Insegnare a decodificare i media significa, in ultima analisi, insegnare a distinguere tra l’essere “protagonisti” di un video virale e l’essere “autori” consapevoli della propria vita, restituendo sacralità al corpo dell’altro/a e sottraendolo alla logica dell’usa-e-getta tipica del consumo digitale.
WRITTEN BY

Manuela Amadei, due mandati sindaca di Zibello, professione svolta nel Gruppo Iren come Dirigente Affari Legali. Referente degli Stati Generali delle Donne a Parma, impegnata in Associazioni femminili, tra cui FIDAPA BPW (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari), e volontaria Protezione Civile.
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