SILVIA UGOLOTTI, “NON CERCATELE IN SALOTTO”
Un libro su donne che hanno scelto strade scomode. Non eroine perfette, ma figure autentiche, spesso dimenticate, che ribaltano l’idea stessa di viaggio e di identità
Ci sono viaggi che si fanno con uno zaino, e altri che iniziano da una domanda. Silvia Ugolotti appartiene decisamente alla seconda categoria: giornalista e travel writer per le più importanti riviste di viaggio, specializzata in articoli e reportage di viaggio, scrittrice e voce fuori dal coro, racconta il mondo senza filtri da cartolina, andando a cercare storie dove spesso nessuno guarda.

Nel suo ultimo libro, appena uscito, Non cercatele in salotto (Ediciclo Editore 2026), Silvia accende i riflettori su donne che hanno scelto strade scomode, esplorazioni reali, vite fuori asse. Non eroine perfette, ma figure autentiche, spesso dimenticate, che ribaltano l’idea stessa di viaggio e di identità.
In un’epoca in cui tutto sembra già visto, il suo sguardo resta lucido, concreto, e profondamente curioso. Ed è proprio da qui che parte la nostra conversazione: non dal “dove andare”, ma dal “come guardare”.
Raccontare il mondo, oggi, è facile. Guardarlo davvero, molto meno: partire non è una questione di chilometri, ma di sguardo. Serve curiosità, attenzione e una buona dose di coraggio. Perché le storie più interessanti, proprio come le sue esploratrici, non stanno mai dove è comodo cercarle.
Com’è nato il tuo percorso da giornalista e travel writer? C’è stato un momento o un incontro che ha segnato davvero l’inizio di tutto?
“Più che da un momento preciso, è nato da una somma di elementi: la curiosità, il desiderio di capire i luoghi, la scrittura come strumento per dare forma a quello che vedevo. Ho sempre sentito che il mondo, per me, non andava solo attraversato ma raccontato.
Poi, a un certo punto, ho capito che questo sguardo poteva diventare un mestiere. Non solo viaggiare, ma osservare, fare domande, entrare nelle storie. È lì che il viaggio ha smesso di essere solo esperienza ed è diventato linguaggio”.
Ti è mai capitato un episodio buffo o completamente fuori controllo che, col senno di poi, è diventato una grande storia? E invece il momento più difficile o più pericoloso? C’è stata un’esperienza in cui hai pensato di fermarti?
“Sì, e spesso sono proprio gli imprevisti a salvare un racconto. Le deviazioni assurde, gli errori logistici, le situazioni leggermente surreali sono quasi sempre più rivelatrici dei programmi perfetti.
Quanto ai momenti difficili, ci sono stati, naturalmente. Il viaggio espone, stanca, a volte mette davanti a un margine di vulnerabilità molto concreto. Ma non ricordo un momento in cui abbia pensato davvero di fermarmi. Semmai di rallentare, di diventare più lucida, di capire meglio dove stavo mettendo i piedi.”
Oggi viaggiare sembra facile, quasi automatico. Cosa significa invece “partire davvero” nel 2026?
“Partire davvero oggi significa sottrarsi all’automatismo. Non basta spostarsi, prenotare. Partire davvero vuol dire uscire dalla propria bolla percettiva, mettere in crisi ciò che si pensa di sapere, concedersi il rischio di non avere subito una lettura pronta.
Nel 2026, in un mondo dove tutto è visibile e già raccontato, partire richiede forse più consapevolezza di prima. Perché il punto non è raggiungere un luogo, ma riuscire ancora a entrarci.”
Quanto è difficile raccontare un luogo senza cadere negli stereotipi visivi e narrativi? Qual è il confine tra racconto autentico e quello “instagrammabile”?
“È difficile, perché molti luoghi ormai arrivano già corredati di un immaginario pronto all’uso. Hanno una posa, una luce, una promessa. Il racconto instagrammabile cerca ciò che funziona subito: il riconoscibile, il desiderabile.
Il racconto autentico, invece, prova a introdurre complessità, attrito, magari perfino una piccola stonatura. Non rinuncia alla bellezza, ma non si accontenta di quella.”
Dopo tanti percorsi raccontati, riesci ancora a viverne alcuni come semplice vacanza o per te lavoro e piacere coincidono inevitabilmente?
“Coincidono spesso, ma non in modo totalizzante. Anche quando viaggio per piacere, una parte di me continua a osservare, registrare, mettere in relazione. È un riflesso professionale, ma ormai anche esistenziale. Nel mio caso, lavoro e piacere dialogano quasi sempre.”
Oggi dove vivi e che rapporto hai con Parma? È casa, punto di partenza o luogo a cui tornare per rimettere ordine tra una traiettoria e l’altra?
“Parma per me è casa, ma non in un senso statico. È un luogo che mi contiene senza chiudermi. Ci torno per rimettere ordine, per dare continuità a quello che vedo fuori, per ritrovare una misura. Per ritrovare le relazioni, gli amici, la famiglia. Più che un punto immobile, è una base. Un luogo da cui partire e a cui tornare senza sentirlo mai come un limite. In questo senso ha un ruolo molto concreto e anche molto affettivo.”
In Non cercatele in salotto racconti donne fuori dagli schemi. C’è una storia che ti ha cambiata mentre la scrivevi?
“Sì, più di una. Scrivendole, ho capito ancora meglio che partire non è solo muoversi nello spazio: è prendere posizione, ridefinire il proprio posto nel mondo. Parto da Isabella Bird nel libro. La sua storia mostra in modo quasi fisico quanto il viaggio possa trasformare una vita. Quando la incontriamo, nel 1872, Isabella Bird è una donna fragile, malata, schiacciata da dolori continui e da un’esistenza molto chiusa.
Un medico le consiglia un viaggio per cambiare aria. Lei prende quel suggerimento e lo porta all’estremo: parte e trasforma una cura in un’avventura. Australia, Hawaii, California, Colorado. E più si muove, più rifiorisce. Dove prima c’erano debolezza e sofferenza, arrivano energia e forza.
Il punto è questo: per Isabella il viaggio non è evasione, è cura, libertà, coincidenza piena con sé stessa. È una figura potentissima proprio perché mostra che a volte partire non significa allontanarsi dalla propria vita, ma finalmente raggiungerla.”
Quando prepari un reportage o un libro: da dove inizi? Ricerca, incontri, istinto? Parti da un luogo o una domanda?
“Di solito parto da una domanda. Anche quando c’è un luogo molto forte, se non c’è una domanda vera il racconto resta in superficie.
Poi arrivano la ricerca, gli incontri, l’osservazione sul campo. L’istinto conta molto, ma da solo non basta: va messo alla prova, verificato, strutturato. È un lavoro in cui intuizione e metodo devono restare in equilibrio.”
Le figure femminili che narri fanno scelte radicali e il rischio è quasi sempre presente. Che cosa è per te il coraggio? È una qualità innata o si costruisce?
“Per me il coraggio non è assenza di paura. È la decisione di muoversi nonostante la paura. E in questo senso credo che si costruisca.
Si costruisce nelle scelte, nell’allenamento, nella capacità di reggere l’incertezza. Le donne che racconto non sono figure eroiche perché non temono nulla: lo sono perché decidono di non farsi governare soltanto dal timore.”
C’è una donna, nella tua vita o nella storia, che senti come un modello, che ha influenzato il tuo sguardo?
“Più che un solo modello, direi una costellazione di donne. Alcune reali e vicine, altre storiche, altre ancora incontrate nei libri. Mi interessano le donne che hanno saputo costruirsi uno spazio con intelligenza, autonomia e visione, senza chiedere permesso.”
Quando parti, che cosa non manca mai nel tuo bagaglio, materiale o simbolico?
“Materialmente, poche cose ma necessarie: taccuino, penna, libri e computer. Simbolicamente non manca mai una certa disponibilità a lasciarmi spostare e guidare da quello che incontro, l’apertura. È forse questa la cosa più importante da mettere in valigia.”
Quando non sei in marcia verso una destinazione, com’è una tua giornata tipo?
“Molto meno romantica di quanto si immagini. C’è molto lavoro di scrittura, revisione, lettura, ricerca, organizzazione, telefonate, gestione.
Le giornate ferme servono a dare forma a ciò che il viaggio mette in movimento. Sono giornate di costruzione e sono parte integrante del viaggio stesso.”
Qual è il posto nel mondo che vorresti assolutamente visitare, che non hai ancora visto ma che senti “tuo”?
“Ci sono luoghi che ancora non conosco e che sento vicini per clima, geografia, tensione narrativa. Più che la lista dei desideri, mi interessa l’idea di un luogo che chiami davvero, che contenga una domanda per me. Detto questo, nella wish list c’è l’Antartide.”
Ti immagini ancora così tra dieci anni: in movimento, a raccontare storie, o pensi che il viaggio, prima o poi, cambi forma?
“Mi immagino ancora errante, forse con forme diverse. Il viaggio cambia insieme a chi lo pratica. Cambiano i ritmi, le domande, i modi di stare nei luoghi.
Quello che non credo cambierà è l’urgenza di scoprire, il bisogno di capire il mondo attraverso il movimento.”
Se dovessi smettere di muoverti domani, cosa ti mancherebbe davvero?
“Mi mancherebbe quell’attrito vitale che si crea quando esci da ciò che ti è familiare e devi ricalibrare sguardo, corpo, pensiero. Non mi mancherebbe solo il viaggio in sé: mi mancherebbe una forma di intensità, di vitalità.”
Potete seguire i viaggi e i lavori Silvia su: Instagram
WRITTEN BY

Cecilia Vecchi, si occupa di comunicazione, è content writer e gestisce progetti audiovisivi. Si divide tra Italia e Spagna. Da sempre ama viaggiare: “perché partire è la più bella e coraggiosa di tutte le azioni, odora di libertà, vuol dire conoscere e scoprire, vedere nuovi posti per tornare con nuovi occhi. Anche scrivere è viaggiare: un’evasione senza l’ansia degli orari e il disturbo dei bagagli”. Per Parmaforwomen, in particolare, cura la rubrica Donne in viaggio
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